AAAAAAHHHH----Abemus Capitulo! Scusate lo sfogo, ma non ce la facevo più: avevo una voglia matta di finirlo, ma pochissimo tempo e tutto questo mi creava stresssissssimo!
Ora lo pubblico perché non ce la faccio più a rileggerlo! mi fa venire la nausea

...oh! ma il capitolo è bellissimo, eh!

Quindi leggetelo numerosi e sappiatemi dire se vi piace e vi fa venire la nausea anche a voi!

Avvertimento: non è l'ultimo, la saga continua! (dovrei provare a scrivere un libro come il Signore degli anelli...magari faccio successo e divento miliardaria...così poi lo facciamo noi il telefilm che ci piace!

Va beh, lo pubblico perché è troppissimo che non pubblicavo niente e so che non vedete l'ora di leggerlo!

buona lettura!
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La Ruota Panoramica
16° CAPITOLOPrima che gli ospiti iniziassero a mangiare, Grissom pensò fosse adeguato dire due paroline e fare un brindisi a coloro che si erano disturbati così tanto per essere lì con loro quel giorno così speciale. Facendo tintinnare il bicchiere, si alzò e si rivolse ai suoi amici.
"Prima che incominci la festa vera e propria vorrei ringraziarvi tutti..." iniziò, osservando le facce dei suoi amici stanche, ma felici e sereni "So...sappiamo" si corresse, portando una mano sulla spalla di Sara "che per molti di voi è stata dura essere qui oggi..." rivolgendosi ai suoi colleghi di Las Vegas "...ma apprezziamo il fatto che...nonostante Ecklie, abbiate intrapreso questo viaggio e siate riusciti a partecipare a questo giorno di festa..."
"Nessuno problema con Ecklie..." intervenne il dottor Robins "...l'abbiamo chiuso in una cella frigorifera..." scherzò, voltandosi verso David.
"E' facile che quando torniamo abbia messo in riga anche i cadaveri..." scherzò Nick.
"Scusateli..." li interruppe Greg rivolgendosi ai membri della spedizione.
"Già..." continuò Wendy "Humor da obitorio..." spiegò. Grissom sorrise e lo stomaco ebbe una piccola morsa.
"Ognuno di voi ci ha insegnato qualcosa..." continuò, parlando anche a nome di Sara che annuì "Greg ci ha raccontato come assumere cocaina rimanendo lucidi e perdendo il senso di gravità, per esempio...." tutti sorrisero, voltandosi verso di lui "Catherine invece ci ha insegnato che è sempre meglio non innamorarsi di un gestore di night club...e questo vale soprattutto per te, cara..." sottolineò rivolgendosi alla sua neo-moglie "Con Nick abbiamo capito che non è sempre una cosa intelligente con i vecchi amici di scuola..." Nick sorrise scrollando la testa e Catherine gli toccò una spalla per confortarlo "Come avete già potuto capire, da David e dal dottor Robbins abbiamo imparato il senso dell'umorismo nei confronti della vita...da Brass abbiamo imparato che la vera amicizia alle volte ti porta a dover prendere delle decisioni cruciali..." disse con affetto. Riguardò i suoi compagni di lavoro e di vita per qualche attimo e si soffermò su Brass. "Un ringraziamento particolare anche ai cosiddetti topi da laboratorio..." continuò muovendo il bicchiere che tenveva in mano nella direzione del loro tavolo "senza i quali le nostre indagini sarebbero sicuramente...meno fruttifere..."
"E' stato un onore servirti..." commentò forse un po' troppo pomposamente Hodges.
"Tempi folli, eh, David?" gli disse divertito Grissom, per tornare poi serio e terminare i saluti e i ringraziamenti.
"Ultimi, solo per ordine di comparsa, vanno i ringraziamenti anche al dottor Langstone, a Riley e a tutto il gruppo di ricerche con cui Sara ha lavorato negli ultimi mesi...grazie a tutti...se siamo qui oggi è anche per merito vostro, per la pazienza che avete avuto e l'affetto che ci avete dimostrato..." alzò leggermente il bicchiere e tutti lo imitarono. Mentre si sedeva, Catherine si alzò.
"A nome di tutta la squadra...io accetto i vostri...meritati...ringraziamenti nei nostri confronti..." gli rispose sorridente, portandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio "Credo di poter parlare a nome di tutti qui dicendo che siamo contenti che per voi, sapete? Perché Gil, finalmente hai trovato qualcuno che ti ascolti quando parli dei tuoi amati insetti e tu Sara, hai trovato qualcuno che abbia tanta pazienza da sopportare quel tuo brutto caratteraccio..." disse con sarcasmo. Grissom e Sara risero e con cenno della testa la ringraziarono, guardandosi poi riconoscendo che in fondo aveva ragione.
"Scherzi a parte, vi facciamo i nostri migliori auguri che la vostra vita insieme sia sempre felice come in questo giorno..." si fermò, riflettendo e poi aggiunse"...sperando che il vostro matrimonio sia migliore del mio..." scherzò, alzando il bicchiere in loro onore.
"A tutto ciò che sembra impossibile..." disse, chiamando il brindisi e stringendo l'occhio a Grissom che le rispose con un sorriso divertito.
Tutti allora alzarono i bicchieri e brindarono.
Il rinfresco iniziò quindi con entusiasmo di tutti, fra battute e ricordi che saltellavano da un tavolo all'altro e passavano di bocca in bocca.
"Così devo dedurre che non parlavi di me, Sara..." la voce di Hodges si alzò fra il parlottìo generale, attirando l'attenzione di tutti "...quella volta che alludesti al fascino dei capelli grigi..." le disse guardandola con quel classico sguardo che vorrebbe essere malizioso, ma che - inevitabilmente - fallisce nell'intento.
Sara si girò verso di lui, stringendo gli occhi per ricordare a cosa si riferisse. Poi le venne in mente e con un sorriso divertito si voltò verso Grissom che guardava Hodges con aria contrariata, sapendo perfettamente a cosa stesse alludendo.
"In effetti...no David...non parlavo di te..." gli disse poi.
"Di cosa state parlando scusate? Questa me la sono persa! Quand'è che Sara ha parlato del fascino dei capelli grigi?" chiese curiosa Catherine dal tavolo accanto.
"Oh..." sbuffò Hodges, cercando di far cerdere di non dare molta importanza all'accaduto "...è successo qualche anno fa..." raccontò "...lo capii solo dopo, ma facendomi un complimento probabilmente voleva fare ingelosire Gil, che era accanto a lei in quel momento..." continuò lui, caricato dal fatto di aver catturato l'attenzione dei presenti "...è successo in laboratorio, proprio di fronte ai miei occhi..." spiegò, controllando di far scaturire l'effetto sperato nei suoi ascoltatori, che spostavano lo sguardo da lui a Sara per finire su Grissom.
"Davvero...?!" esclamò sempre più estereffata Catherine, passando lo sguardo da Hodges a Sara, che cercava invano di smontare la sua storia, senza riuscire a farsi considerare.
"Oh si! 'Hodges, non sai che i capelli grigi possono essere molto attraenti?' disse, con quella vocetta da angioletto!"
"..bel colpo Sara..." si intromise anche Nick.
"E dovevate vedere che faccia ha fatto Gil..." continuò Hodges. A questo Grissom non riuscì a noon rispondere.
"Perché non hai visto la tua..." gli disse.
Tutti risero e furono presi da curiosità, iniziando a chiedere particolari che potessero mettere in imbarazzo sia Sara che Grissom.
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"Ho detto che mi dispiace..." Sara non aveva mai visto Grissom così contrariato.
"Lo spero bene Sara..." le aveva risposto serio lui, entrando in casa e appoggiando giacca e fascicoli sul divano, lanciandole un'occhiata severa.
Era da quando erano scesi dalla macchina che Sara si stava scusando per l'uscita infelice fatta sul lavoro, cercando di essere il più seria possibile, senza riuscire però a non ridacchiare fra sé ripensando alla faccia che aveva fatto Hodges.
"Non mi sembri molto turbata..." aveva osservato lui, sedendosi sul divano e passandosi una mano sulla fronte.
"Ti sbagli..." aveva velocemente ribattuto lei, con piglio più serio, dopo essersi seduta accanto a lui "...mi dispiace...davvero...è stata un'uscita a dir poco infelice..." continuò cercando di essere il più convincente possibile.
Lui la osservò ancora qualche attimo: per un momento quel giorno gli era sembrato di essere tornato a mesi, o anni, prima quando bastava una semplice frase a mandarlo in confusione. Certamente la frase lo aveva adulato: sapere che lei trovasse i capelli grigi attraenti lo faceva sentire bene. Ma a questo aveva pensato dopo. Come prima reazione aveva subìto il panico più totale e solo il fatto di voltarsi e vedere Sara che appariva - o cercava di apparire - tranquilla, lo fece calmare. Per fortuna Hodges era troppo concentrato sul fatto che Sara potesse parlare di lui per accorgersi dello stato d'animo che aveva provato e della faccia che poteva aver fatto: come poteva non aver pensato che una frase come quella poteva mettere in difficoltà e creare dei problemi ad entrambi all'interno del laboratorio? Oltretutto proprio di fronte a Hodges che definirlo pettegolo e poco riservato è una metafora!
"Ti assicuro che non succederà più...promesso..." cercò di rassicurarlo Sara. Lui la guardò ancora un po' turbato, ma vedendo il suo viso realmente dispaciuto il suo malumore svanì e le sorrise dolcemente.
"Ok...va bene..." la rincuorò, poi un ricordo lo fece sorridere "...come con Hank..." sussurrò fra sé, divertito.
"Hank...?" chiese lei, interdetta.
"Mmh...?" mormorò lui cercando di fare l'indifferente.
"Cosa c'entra Hank?" ripetè Sara.
Grissom la guardò e si passò la lingua sulle labbra. Poi distolse lo sguardo.
"No...niente..." cercò di divagare, ma vide che Sara si stava impuntando e non avrebbe sorvolato sull'argomento.
"E no, non puoi farmi ricordare uno dei momenti più tristi della mia vita senza un motivo..." gli rinfacciò ironica "...quindi, sputa il rospo!" gli ordinò, punzecchiandogli le costole con un dito, facendolo irrigidire. Forse si sarebbe infognato in una discussione più grande di lui, ma ormai non poteva più tirarsi indietro.
"Una volta mi è capitato di sentire qualcuno dire..." ammise con riluttanza "...che su una scena del crimine avevi chiamato Hank..." fece una pausa, alzando lo sguardo per poi distoglierlo "...
tesoro..." rise divertito e aggiunse per farla sentire ancora più a disagio "...dimostrando davvero poca professionalità..."
Lei fu stupita e fece una smorfia di disappunto.
"Già...è vero..." ammise sorridendo malinconicamente e scuotendo la testa sconsolata "quella fu ancora peggio di quella di oggi..." Grissom alzò le sopracciglia in segno di assenso. Decisamente...pensò.
"Fammi indovinare...questo qualcuno da cui hai sentito questa storia...era Warrick, vero?" Lui alzò le spalle senza confermare né negare, ma con un sorriso che non lasciava dubbi.
"Con quel ragazzo non si riesce proprio ad avere un segreto!" brontolò Sara "Come quella volta di Catherine...ti ricordi? Quando è entrata nel bar dov'ero con Hank...sapevo che lui sapeva di quell'appuntamento, ma pensavo che fosse una persona fidata e non dicesse niente a nessuno...e invece scopro che lo sa tutto il laboratorio..." raccontò un po' contrariata, ma divertita.
"Io non lo sapevo..." ammise Grissom. Lei lo guardò per un attimo, incerta se credergli o meno.
"Beh...tu vivi sempre nel tuo mondo..." ribatté poi "...è difficile che ti accorga di qualcosa che ti succede intorno..." lo schernì. Grissom fece un sorriso soddisfatto e rimase sovrappensiero, tenendo lo sguardo basso.
"Posso..." le poi chiese timidamente "...posso chiederti perchè tra voi due non ha funzionato?" le chiese, alzando lo sguardo. Sara fu stupita dalla domanda.
"Intendi tra me ed Hank?" gli chiese "Non sai perché abbiamo smesso di vederci?"
"No, non lo so..." rispose lui.
"Non c'è molto da dire..." iniziò vagamente Sara "...in realtà non stavamo proprio insieme..." ci tenne a precisare "comuque...per rispondere alla tua domanda...bisogna partire da un altro punto. C'è stato un caso due o tre anni fa...una vecchietta era andata dritta ad un incrocio, aveva sfondato una vetrata, entrando nella sala di un ristorante..."
Lui ci pensò un attimo. "Tu avevi affidato il caso a me e a Catherine..." cercò di aiutarlo Sara.
"Era per caso quella vecchietta risultata positiva alla marjuana?"
"Proprio quello..." disse Sara sorridente.
"Greg ne parlò per giorni...la chiamava la nonna della Marjuana killer..." ricordò con un sorriso.
"Beh...il caso ha voluto che in quella sala di ristorante ci fosse anche Hank con tale...Eleine Alcott..." spiegò sottolineando il nome della ragazza.
"Ti ricordi anche il nome della ragazza?" le chiese sorpreso.
"La mente ha i suoi filtri, ricordi...?" gli disse, ripetendo le parole che lui tempo prima aveva detto a lei.
"Subito avevo pensato che fosse un'amica..." continuò sorridendo della propria ingenuità "Per farla in breve, durante le indagini sono dovuta passare da casa di questa ragazza, perché lavorava nella società di assicurazioni della nonna Marjuana e, per puro caso, indovina cosa vedo?" Grissom distolse lo sguardo pensandoci, poi però alzò le spalle e la fece continuare.
"Vedo una foto di lei con Hank, in costume da bagno su una spiaggia tropicale, abbracciati e sorridenti..."
"Wow..." esclamò Grissom, corrugando le sopracciglia.
"Già..." annuì lei con uno sbuffo "Così lei, vedendo che ho notato la fotografia, mi racconta che quello accanto a lei è
il suo ragazzo e che erano alle Fiji, aggiungendo anche che la primavera successiva lui l'avrebbe portata alle Bahamas...o in qualche altro paradiso tropicale..."
"Oh..." riuscì solo a commentare Grissom, alzando le sopracciglia. Sara rimase qualche attimo in silenzio, ripensando al momento in cui aveva rivisto Hank, alla centrale di polizia.
"Ripeto...non siamo mai stati
propriamente insieme..." precisò "...però...quel giorno non lo ricordo con piacere..." concluse.
Grissom la osservò prima di parlare.
"Mi dispiace..." le disse poi e vedendo il suo sguardo interrogativo precisò frettolosamente "Per come ti ha trattata...intendo..." Lei gli sorrise.
"Non ti dispiacere..." gli disse dolcemente "...credo di averci guardagnato..." gli confidò, guardandolo intensamente, facendogli capire che solo ora aveva quello che realmente voleva. Lui la osservò e sorrise, adulato e sentendosi imbarazzato abbassò lo sguardo. Gli piaceva come Sara riusciva a farlo sentire importante.
"Anch'io..." le disse poi a bassa voce, aggiungendo, rialzando lo sguardo, con un tono più severo "Ma smettila di flirtare con i tuoi colleghi..." le disse, voltandosi e guardandola da sopra gli occhiali.
Sara alzò un sopracciglio, sorpresa.
"Flirtare? Con Hodges?" esclamò divertita. "Guarda che non mi chiamo Gil Grissom..." commentò poi. Grissom spalancò gli occhi e si girò verso di lei per capire che cosa volesse intendere con quell'affermazione.
"Questa è bella!" esclamò "Che cosa vorresti dire?" le chiese esterefatto.
"Voglio solo dire che se su questo divano c'è qualcuno che flirta con i colleghi, o meglio, con le colleghe, quello sei tu..." Grissom era sempre più esterefatto e con gli occhi sempre più sgranati la guardava senza capire.
"Ma se mi hai appena detto che vivo sempre nel mio mondo e che è difficile che mi accorga di quello che mi accade intorno..."
"Allora vediamo..." disse Sara per spiegare a cosa si riferiva "...da quando sono venuta a lavorare a Las Vegas, se non sbaglio, prima c'è stata Teri Miller, giusto...? Poi è stata la volta di Sofia..."
"Sofia?!" ripeté Grissom ridendo e scuotendo la testa.
"Uh! Per non parlare della femme fatale per eccellenza...Lady Heather..." concluse Sara, con tono da presentazione teatrale.
Grissom fece una smorfia di disappunto prima di parlare e rispondere alle insinuazioni di Sara.
"Tanto per iniziare Teri non era una nostra collega..." iniziò precisando "...ma solo una collaboratrice esterna..." tentennò, ma poi proseguì "...e comunque, l'unica volta che ero riuscito a cenare con lei sono stato richiamato su una scena del crimine e ancora prima che avessi finito la telefonata che avevo ricevuto lei era già sparita..."
"Mmh..." mugugnò Sara, incrociando le braccia sul petto, guardandolo mentre sembrava arrampicarsi sugli specchi pur di evitare il nocciolo del discorso.
"Per quanto riguarda Sofia...sei proprio fuori strada..." continuò poi Grissom "Tra di noi non c'è mai stato niente...abbiamo solo cenato qualche volta insieme..."
"Strano...sembravate molto..." cercò la parola "...affiatati..." lo punzecchiò Sara. Lui si fermò di parlare e la guardò storto.
"E' solo gelosia quella che ti fa parlare..." le rispose sarcastico. Sara fece spallucce e non rispose, ma cercò di portare il discorso sulla parte che più la incuriosiva.
"E...Lady Heather...? Anche quello mi sono inventata?" gli chiese, convinta di metterlo con le spalle al muro.
"Lady Heather non ha niente a che fare con il nostro settore, quindi non rientra in questo discorso..." le rispose sceccamente lui, con aria compiaciuta, facendola rimanere a bocca asciutta. Lei fece una smorfia di disappunto e lo guardò per qualche attimo: era forse questo perenne alone di mistero che continuava a tenersi intorno a renderlo così affascinante e irresistibile? Il viso si era rilassato rispetto a pochi minuti prima; i suoi occhi chiari ora brillavano di una strana luce, accompagnati da un sorriso allegro e divertito. Alle volte non sembrava neanche lui e, sebbene fossero diversi mesi che si frequentavano, ancora doveva abituarsi ad espressioni del suo volto che sembrava voler dedicare solo a lei.
"Devo preoccuparmi?" gli chiese poi, seria e decisa. Il sorriso di lui si allargò ancora. Poi tirò il busto in avanti, appoggiando i gomiti alle ginocchia e giocando con una briciola sul tavolino di fronte: con la testa inclinata da un lato si voltò un paio di volte verso di lei, per osservarla come di nascosto. Sara ebbe l'impressione che fosse incerto su cosa dire e questo le mise una brutta pulce nell'orecchio; ma le parole che le disse pochi secondi dopo portarono via qualsiasi pensiero.
"Nessuno..." le disse parlando con voce bassa "...mi ha mai regalato le cose che mi stai facendo conoscere tu..."
Qualche settimana dopo Sara gli rinfacciò questa frase quando, durante il caso riguardante la figlia di Lady Heather, lui sembrò assente per quasi una intera settimana.
Lo stesso, se non peggio, avvenne circa un anno dopo, qualche settimana prima del rapimento di Sara, quando si occuparono di quel caso in cui era nuovamente coinvolta Heather.
"Sono l'unica persona di cui Heather si fidi..." aveva cercato di spiegarle in laboratorio.
"Fai quello che devi fare..." gli aveva risposto lei freddamente. Per tutto il giorno non si erano incontrati, in modo più o meno volontario. Si erano rivisti solo la sera.
Stranamente era rientrato per l'ora di cena. Sara stava preparando da mangiare: entrando Grissom avvertì il profumo di pasta e i rumori tipici di chi sta cucinando. La casa era silenziosa e in penombra, illluminata solo dalle luci vicino alla zona della cucina. Non si respirava un'aria di tempesta, ma piuttosto di raccoglimento.
Sara sembrava non averlo sentito; solo quando, muovendosi per prendere del formaggio dal frigo, lo vide ci fu un momento di silenzio da parte di entrambi: Grissom non sapeva che cosa dire e Sara sperava che fosse lui a dire qualcosa per primo.
"Ciao..." la salutò, titubante, allungando una mano a carezzare la testa di Hank che gli faceva le feste.
"Ciao..." rispose lei. Rimasero a guardarsi qualche secondo, poi Sara gli indicò il tavolo.
"Siediti...è quasi pronto..." lo invitò, con un sorriso appena accennato prima di voltarsi nuovamente verso i fornelli. Lui sussurrò un
grazie e senza aggiungere altro si sedette, guardandola di spalle, cercando un modo per interagire con lei. Non era sicuro su che comportamento avrebbe dovuto tenere o in che modo Sara si aspettasse che lui si sarebbe dovuto comportare: non voleva apparire troppo tranquillo, per non farle credere di considerare quello che era accaduto il pomeriggio poca cosa; dall'altro lato non voleva che la questione venisse ingigantita oltre ogni ragionevole misura, perché non ve ne erano le basi.
"Sei...riuscito a fare quello che dovevi fare?" gli chiese Sara dopo qualche minuto, voltandosi per un attimo verso di lui, come se volesse dimostrarsi interessata, ma senza dargli troppa importanza. Il suo tono di voce non era particolarmente freddo, ma si intuiva che qualcosa ancora la infastidiva. La domanda diretta colse di sorpresa Grissom, che era raccolto nei suoi pensieri.
"Sì..." disse poi, incerto, giocando con il riflesso della luce sulla forchetta e lanciandole delle occhiate per studiarla. Lei invece commentò con un semplice
bene, voltandosi nuovamente e facendogli un mezzo sorriso. La reazione di Sara lo rassicurò un po' e allora si decise, raccontandole cosa lo aveva portato a comportarsi in quel modo.
"Ieri sera...sai, quando sono andato da Heather..." iniziò come se camminasse sul ghiaccio, con lo sguardo che passava dal proprio piatto ancora vuoto a Sara "...c'era qualcosa che non mi tornava, che non mi convinceva in lei. Così ho fatto qualche ricerca e oggi pomeriggio sono riuscito a contattare ed incontrare Jerome Kessler." Incuriosita dal racconto, Sara aveva abbassato il fuoco sotto alla padella e, voltandosi, si era appoggiata al bordo del banco della cucina, ascoltandolo in silenzio. Anche Grissom cambiò posizione e, sentendosi più sicuro, si appoggiò allo schienale della seggiola, incrociando le braccia sul petto, guardandola negli occhi mentre le raccontava del matrimonio di Heather e Jerome, del fatto che lei se ne fosse andata senza dirgli che era incinta e di come lui aveva scoperto di avere una figlia solo dopo la sua morte.
"Per farla breve...ho scoperto che Heather aveva calcolato precisamente quanti soldi ci sarebbero voluti per mantenere una bambina e mandarla a scuola e all'università...magari ad Harvard, dove aveva mandato anche Zoe. Quindi aveva istituito un fondo fiduciario a favore della nipote, con i soldi guadagnati per la fantasia dell'altra sera, quella del far west..." Si fermò ripensando a quello che gli aveva detto Jerome e un sorriso pieno di compassione nacque sulle sue labbra. "Lui pensava che Heather avesse venduto la propria casa per istituire quel fondo fiduciario..." ricordò, alzando lo sguardo su Sara con un'ironia vestita di tristezza.
Sara abbassò la testa e la inclinò lievemente da un lato, cercando di combattere quella solita sensazione di malessere che avvertiva ogni volta che veniva a conoscenza di come l'essere umano riesce o, peggio, è costretto a ridursi:
quanto amore ci poteva essere in un gesto come quello di Heather, pensò. Il loro lavoro era pieno di casi di miseria, di povertà e di dimostrazioni estreme di affetto e amore con una fine tragica, a volte shakesperiana.
"Il tribunale aveva negato a Heather la possibilità di vedere Alison, la nipote." continuò poi Grissom "Ma dopo che Jerome ha saputo cosa c'era dietro quel fondo fiduciario, si è convinto e oggi pomeriggio sono riuscito a far rincontrare Heather con sua nipote e Jerome...credo che, anche contro il parere del giudice, ogni tanto si incontreranno per passare un po' di tempo insieme..."
Sara rialzò la testa sorpresa e un po' rasserenata dal lieto fine del racconto.
"Tutto è bene quel che finisce bene..." commentò, con un sorriso incerto a cui lui rispose con un cenno della testa e un mezzo sorriso; senza aggiungere altro, Sara si voltò di nuovo per occuparsi del mangiare sul fuoco, rimanendo in silenzio.
Grissom la guardò, capendo che la situazione tra loro non era ancora chiarita e sistemata del tutto. La guardò per lunghi minuti, pensando a come non sarebbe più riuscito a stare senza di lei e a come quella casa avesse preso vita dopo il suo arrivo. Così si alzò e si mise accanto a lei, con una spalla appoggiata al frigo, osservandola di profilo.
"Cosa c'è?" gli chiese dopo qualche minuto, con un sospiro. Lui rimase in silenzio finché non ebbe completamente la sua attenzione. Tutto il giorno aveva pensato a come affrontare l'argomento: da che punto partire per imbastire una buona difesa, per fare un'arringa che non lasciasse spazio a discussioni, ma al dialogo, ma l'unica cosa che gli dava più sicurezza era...
"Scusami..." le disse appena sussurando "Non pensavo sarebbe andata in questo modo..." confessò sinceramente. Sara lo guardò qualche istante e poi sorrise, in modo ironico, appoggiando il mestolo che teneva in mano al bordo della padella.
"E come pensavi che sarebbe andata...?" gli chiese, tornando a guardare le verdure saltate sul fuoco. Lui strinse le labbra e non seppe rispondere.
Dov'erano finiti tutti gli argomenti che si era preparato nel viaggio di ritorno a casa? si chiedeva con insistenza, cercando disperatamente qualcosa da dire e non rimanere zitto, come era già successo in laboratorio nel pomeriggio. Sara diede ancora un paio di girate alle verdure ormai cotte, poi spense il fuoco, coprì la padella con un coperchio e si girò, mettendosi di fronte a lui. Era tutto il giorno che pensava a questa faccenda e si sentiva come una molla per troppo tempo pressata, che appena la si tocca scatta. Ma non aveva voglia di litigare, voleva solo capire cosa era passato per la testa di Grissom. E fargli capire che cosa aveva provato lei e come si era sentita in quei due giorni di indagini che le erano sembrati infernali.
"Gil..." incominciò con voce ferma "...tu non mi hai mai detto niente riguardo a cosa c'è o c'è stato tra te ed Heather...e io non ti ho mai chiesto niente oltre lo stretto necessario..." puntualizzò "...però almeno potevi evitare di farmi sentire così scema!" esclamò muovendo le mani di fronte a sé. Grissom si strinse nella spalle e distolse lo sguardo, mentre una piccola ruga gli si formava in mezzo alle sopracciglia.
"Ieri sera pensavo tu stessi andando in laboratorio quando hai detto 'devo verificare alcune ipotesi'..." riprese Sara sorridendo pensando all'ironia della situazione "E invece...ho dovuto sapere, il giorno dopo, in laboratorio, da Catherine che tu avevi passato la notte a casa sua e costituivi il suo alibi!" la sua voce era stranamente calma, ma ogni parola sembrava essere più incisiva di quella precedente. Grissom la ascoltava in silenzio.
"Tu non ti rendi conto di come mi sono sentita l'altro giorno, quando analizzando la scena, mi sono dovuta sorbrire Catherine che elogiava le grandi qualità di Heather...dovendomi anche sentir dire che è stata l'unica ad averti
scosso! E...testuali parole...che lei non ha prove, e tu di certo non lo ammetterai mai, ma che è certa che tu ci sia andato a letto? O come mi sono sentita fuori posto in ospedale, quando sei arrivato nella sua stanza!" Scosse la testa ripensando alla mattina precedente, riprovando quella sensazione di ridicolo nei confronti di se stessa. Grissom si inumidì le labbra, provando una contromossa per cercare di calmarla.
"Se fosse stata l'unica ad avermi scosso, ora non credi che sarei a casa sua invece che qui con te?"
"Non fare questi giochetti psicologici con me Gilbert Grissom...sto parlando seriamente..." gli rispose velocemente.
"Anche io..." rispose lui. Sara sbuffò e riprese.
"E' facile...sai? Scrivere delle belle lettere..." obiettò "...ma se poi la realtà non combacia con quanto viene scritto...è solo dialettica...bella e ammirevole, forse, ma solo dialettica e semiotica..." Grissom aggrottò le sopracciglia.
"Che lettere?" le chiese, non capendo a cosa si stesse riferendo. Lei lo guardò negli occhi per qualche attimo, come distratta da quello che stava dicendo; poi allungò una mano nella direzione di Grissom prese una busta appoggiata al frigo che lui non aveva notato, ma che riconobbe a prima vista: la lettera che le aveva scritto durante il mese sabbatico e che qualche settimana prima le aveva lasciato in mezzo al libro di Shakesperare, perché lei la trovasse.
"Questa..." gli disse consegnandogliela. Grissom la tenne in mano e la osservò qualche attimo.
"L'hai...letta?" le chiese, guardandola da sopra gli occhiali. Sara non capì se dalla domanda traspariva più curiosità o più timore.
"Sì..." rispose, incrociando le braccia e appoggiandosi di schiena al banco della cucina, notando Hank in penombra, dall'altra parte del tavolo, illuminato appena che, sdraiato per terra sembrava guardarli con apprensione. Grissom passò lo sguardo un paio di volte dalla lettera a Sara.
"E' proprio questo il punto, non credi?" le disse poi, lasciando scivolare la busta sul tavolo alla sua sinistra e scostandosi dal frigo, facendo un passo per avvicinarsi a lei
"Se, come dici tu, nella realtà fossi bravo in queste faccende non avrei bisogno di scrivere lettere di questo tipo..." Sara seguì con la coda dell'occhio il movimento della busta e l'avvicinamento di Grissom. "Purtroppo però...non sono ancora in grado di aprirmi...non come vorrei...e...non so perché! Forse per abitudine, forse per paura...non lo so perché..." rimase qualche secondo in silenzio, poi fece il piccolo passo che mancava per esserle accanto: appoggiò una mano sul banco della cucina, proprio dietro la schiena di Sara, avvicinando il suo viso a quello della ragazza; lei abbassò lo sguardo, con una smorfia, sentendo che il suo nervosismo e la sua rabbia stavano sfumando e che il posto lasciato libero lo stavano occupando le parole di Grissom; parole che ormai lui quasi le sussurrava all'orecchio, tale era la loro vicinanza.
"Scusami..." le ripeté dopo essersi avvicinato, inclinando la testa da un lato, come se da quella posizione volesse guardarla in viso "...non era mia intenzione farti del male...è che...nonostante la mia età fisica, capisco ancora poco di questo mondo..." Fece una pausa per osservare i lineamenti del viso di Sara che lentamente sembravano rilassarsi. Si inumidì le labbra e continuò.
"Ieri sera avrei dovuto dirti dove stavo andando e renderti partecipe di quello che stavo facendo, hai perfettamente ragione...però ti ho raccontato quali erano le mie intenzioni e hai visto che non c'era niente di cui preoccuparsi..." le carezzo una guancia, ripensando a come doveva essere stata male quel pomeriggio, ma allo stesso tempo riconscendole una grande dignità: non aveva fatto scenate, non aveva alzato la voce, non aveva fatto cose fuori dalla norma. Così gli venne in mente una cosa a cui aveva pensato qualche tempo prima.
"Ti ricordi quando parlammo di Hank e tu mi accusasti di flirtare con le mie colleghe?" le chiese, cambiando tono di voce. Sara sorrise.
"Ancora te la ricordi quella discussione?" gli chiese, lanciandogli un'occhiata veloce.
"Ogni tanto ci ripenso, sì..." ammise lui "E ogni volta che ci penso mi viene in mente sempre una cosa..."
"Che cosa?" gli chiese lei.
"La cosa ti differenzia dalle persone che avevi nominato quella volta..." Sara si voltò verso lui curiosa, con un sorrisetto ironico sulle labbra.
"
Tu non mi hai mai giudicato..." le disse molto serio. Sara fu sorpresa e il suo sorriso a poco a poco svanì.
"Anche le volte che abbiamo discusso, o quando avevi qualcosa da rimproverarmi. Come quella volta che mi chiedesti le dimissioni: forse in modo duro, però cercasti di farmi capire che c'era qualcosa che stavo sbagliando. O quella volta che mi venisti a chiedere di sollevare Warrick dal tuo caso...ti fidasti di me e concludeste l'indagine insieme..."
"In quel caso non mi lasciasti molta scelta..." osservò lei ironica; ma lui proseguì, quasi senza sentirla.
"Potrei citarti decine di episodi in cui hai dimostrato una lealtà nei miei confronti che nessuno..." rifletté un attimo, precisando "...neanche Catherine o Heather...mi aveva mai dimostrato..." Sara alzò un sopracciglio sorpresa per l'accostamento alle altre due donne; sorpresa che non riuscì a trattenere un'osservazione.
"E per tutta questa fedeltà che cosa ci ho guadagnato? Che l'unica volta che mi sono presa un giorno libero, tu mi hai richiamato al lavoro, facendomi anche lavorare da sola..." disse beffarda. Grissom sorrise.
"Sapevo che lui non ti meritava..." ribatté, cercando di difendere quella sua decisione.
"Sì...certo!" annuì lei, divertita, ritornando poi seria e chiedendogli "Quella sera, quando ti ho salutato prima di andare via...posso chiederti che cosa avresti ribattuto alla mia osservazione, se ti avessi lasciato parlare?"
Grissom la guardò sorpreso e divertito; poi abbassò lo sguardo, cambiando posizione, appoggiandosi anche lui al banco della cucina e mettendosi accanto a lei, buttando un'occhiata a Hank che ora sembrava dormire, per poi portarlo sulle proprie mani. Riprese a parlare serio, senza rispondere alla sua domanda, ma ricollegandosi al discorso precedente.
"Quel giorno che sei venuta nel mio ufficio, raccontandomi della discussione che avremmo dovuto avere alla fine del tuo percorso con lo psicologo del dipartimento...e soprattutto di cosa avevi concluso da quegli incontri...mi colpì molto..." parlava lentamente, ricordando quel giorno, come se lo stesse vedendo proiettato nella penombra che li avvolgeva.
"Non pensavo che avrei potuto deluderti così tanto." ammise, come se fosse una nuova scoperta per lui "Fino a quel giorno...pensavo...realmente...di aver fatto la mia parte..." disse stringendosi nelle spalle, scostando lo sguardo e portandolo su Sara, su quegli occhi che lo guardavano sempre attenti. Lei lo ascoltava in silenzio.
"Quel giorno invece all'improvviso mi sono reso conto che...ti avevo perso per strada: tu eri andava avanti ed io ero rimasto indietro..." disse ricordandosi come quel breve dialogo gli avesse aperto gli occhi su tante cose "...e mi sono reso conto che potevo fare di più di quello che
pensavo d'aver fatto fino a quel momento..." Abbassò lo sguardo sulle punte dei suoi piedi "Sentirti dire che cercavi approvazione in un posto sbagliato, riferendoti a me...mi ha turbato. Mi ha infastidito."
Rimase in silenzio qualche secondo, poi aggiunse "Anche per questo ti chiedo scusa..." concluse, voltandosi verso di lei.
"Non hai niente di cui scusarti...per quella faccenda." cercò di tranquillizzarlo Sara "Quel momento è stato strano anche per me. Era strano parlarti in quel modo...di quelle cose...con una serenità che non avevo mai avuto...le parole mi uscivano fuori di bocca e mi sono accorta solo dopo di quello che ti avevo realmente detto!" ricordò "E comunque poco tempo dopo ti sei fatto decisamente perdonare!" osservò. Grissom la guardò senza capire.
"Mi hai salvanto il posto di lavoro..." gli ricordò, dandogli un colpetto con la spalla e il gomito per incoraggiarlo. Lui fece uno sbuffo e si strinse nelle spalle come a dirle
Cos'altro potevo fare? Rimasero qualche altro attimo in silenzio, godendosi quell'intenso momento di comunione.
"Sai..." continuò a riflettere a voce alta Grissom "...quando ti ho chiamata per venire a lavorare a Las Vegas, sentire la tua voce al telefono, dopo così tanto tempo mi aveva fatto un effetto strano, avevo provato una sorta di timore. E invece mi sono accorto che mi piaceva averti in giro per il laboratorio. Eri diversa da tutti quelli con cui lavoravo: eri tenace, molto più di Catherine e molto più sensibile di Nick, incasinata almeno quanto Warrick e, a volte, incomprensibile ed introversa quasi quanto me..." Sara sorrise alla descrizione che Grissom aveva fatto di lei: non aveva mai pensato a se stessa in quei termini, ma trovava che le caratteristiche combaciassero con i suoi paragoni.
"Per farti capire bene cosa voglio dire..." cercò di tagliare corto con un po' di imbarazzo nella voce, spostandosi e mettendosi di fronte a lei "Eri e sei speciale...per me. Non mi è mai venuto in mente di tradirti...e se ho mancato, l'ho fatto in buona fede, senza secondi fini..."
Sara lo guardò a lungo, contenta di essere riuscita a non litigare con lui. Contenta perché questa era la vita con lui. Felice per le parole che lui le aveva regalato quella sera.
"Anche tu sei speciale per me..." disse "Neanche a me è mai venuto in mente di tradiriti...e se ho mancato, l'ho fatto in buona fede, senza secondi fini..." ripeté, per far capire a Grissom che aveva apprezzato la sua sincerità.
Lui sorrise, felice di essere riuscito a rimettere le cose a posto e aver chiarito qualsiasi dubbio. Quella sembrava proprio una serata magica: la trascorsero in cucina, al tavolo, mangiando qualcosa di tanto in tanto e parlando per ore dei più svariati argomenti, nella loro intinità, protetti dal buio della loro casa.
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L'osservazione di Hodges fece scaturire nella testa di Grissom tutti questi ricordi, che per un attimo lo portarono lontano, chilomentri più a nord e anni più indietro. Quando ritornò alla realtà, la discussione ormai aveva cambiato soggetto. Istintivamente si volse verso Sara e il vederla allegra scherzare con Annah gli fece venire in mente quanto tempo aveva perso dopo la sua partenza: aveva impiegato anni per riuscire a capire che cosa lo rendeva davvero felice e di nuovo, in quella occasione, aveva commesso lo stesso sbaglio.
Sentendosi osservata Sara si voltò verso di lui: il suo viso era allegro e pulito. La osservò, seguendo quei piccoli particolari del viso che gli tenevano compagnia ormai da anni.
L'arrivo della seconda portata interruppe il loro scambio di sguardi.
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Complimenti se siete riusciti ad arrivare fino qua! Grazie di averlo lettotutto!

Alla prossima puntata!